Allenatore professionista e docente di tecnica calcistica presso il Settore tecnico federale. Difficilmente chi sta nel mondo del calcio non conosce Ignazio Argiolas, una delle colonne della formazione calcistica non solo in Sardegna ma anche in tutta Italia.
Abbiamo fatto una chiacchierata per spaziare dalla formazione dei calciatori fino ai tecnici, passando per il Coever coaching. Parlare con il professore è sempre interessante e arricchisce la curiosità e la cultura calcistica di tutti noi.
– Professore, come è cambiato il mondo del calcio negli ultimi dieci anni?
L’evoluzione del gioco del calcio in questo ultimo decennio è stata notevole, soprattutto per quanto riguarda il tempo di gioco e la transizione.
Come tutti sappiamo, nel calcio esistono due fasi di gioco: fase di possesso del pallone e fase di non possesso del pallone. Tra una fase e l’altra va ad inserirsi un “tempo” di gioco, chiamato Transizione come molti colleghi lo definiscono, altri lo definiscono come la terza fase.
Volendone dare una definizione, latransizione è il lasso di tempo che intercorre per il cambio da un atteggiamento individuale ad un atteggiamento collettivo tra la fase di possesso del pallone e quella di non possesso del pallone.
– Quali sono gli aspetti positivi e quelli negativi di questo cambiamento?
Purtroppo i fattori positivi sono pochi e sono legati in gran parte al concetto che nel poco che si insegna quello fatto bene è solo quanto riesce.
I fattori negativi sono legati alla pressoché scomparsa totale della tecnica calcistica nelle scuole di calcio. Senza tecnica non c’è calcio e la mancanza di dominio del pallone inibisce la crescita sia tecnico-tattica sia l’acquisizione della capacità tattico decisionale, quindi la formazione della personalità.
– Allenare i giovani è la sfida più difficile, una missione quasi, quali sono le strade da percorrere a livello tecnico e societario?
Per esempio, la difficoltà per i nostri allenatori ad inserire questo “tempo” di gioco deriva soprattutto dal riuscire a preparare mentalmente i propri giocatori. I ragazzi prima e gli adulti poi, infatti, devono cambiare “orientamento” mentale in frazioni di secondo, passare da un pensiero offensivo in fase di possesso a quello difensivo in fase di non possesso e viceversa. Il tempo che si ha a disposizione è molto ridotto ed è proprio da ciò che nascono le difficoltà nell’allenare una situazione di gioco così particolare. L’allenamento, quindi, deve essere proposto con esercitazioni e situazioni sia individuali sia collettive, dal globale semplificato al globale complesso, con la consapevolezza, da parte dell’allenatore, che la natura delle proposte debbano avere obiettivi tecnici, tattici, fisico-atletici ma soprattutto mentali.
A livello societario la cosa più importante è reinvestire gli utili delle entrate mensili della scuola calcio e assicurare uno staff tecnico con le sue gerarchie che garantisca la formazione dei giovani con proposte d’avanguardia frutto di aggiornamenti continui e confronti con le altra realtà calcistiche nazionali e internazionali.
– Tecnica, tattica o aspetto fisico, quali percentuali mette a queste componenti nella formazione di un giocatore?
La Tecnica la fa da padrona ed è l’elemento trainante nelle proposizioni in campo durante gli allenamenti. Non per nulla ciascuna seduta di allenamento deve prevedere obiettivi primari e obiettivi secondari. Gli obiettivi primari in qualsiasi giorno di allenamento devono essere tecnici, per esempio i fondamentali come palleggio, conduzione passaggio, ricezione, dominio del pallone- e strategico-tattici, come dall’1vs1 alle collaborazioni a 2-3 giocatori sia in fase di possesso sia in fase di non possesso in adeguamento alle proposte a 2-3 giocatori in fase di possesso, senza sistema o in sistema di gioco. Gli obiettivi secondari sono sempre in regime di manifestazione e sono le capacità coordinative più le capacità condizionali, cioè forza, resistenza , reattività-rapidità e flessibilità. Regime di manifestazione significa che nell’esecuzione di qualsiasi gesto tecnico o tattico sono presenti sia le componenti coordinative sia le componenti condizionali. Perché, per esempio, la tecnica calcistica aiuta a migliorare le capacità coordinative, ma anche le capacità coordinative aiutano a migliorare la tecnica calcistica.
L’importante è allenare dal globale semplificato al globale complesso, andando dal semplice al difficile, relativizzando e contestualizzando le proposte in modo coerente al momento vissuto da ciascuno dei componenti il gruppo di lavoro.
– Negli ultimi tempi, lei si è interessato di questo progetto di nome “Coerver Coaching”, ci spiega in che consiste?
Gli obiettivi del Coerver Coaching sono:
• Sviluppare calciatori specializzati, fiduciosi e creativi
• Fare in modo che l’allenamento sia divertente da praticare e da giocare
• Isegnare la sportività e il rispetto per tutto
• Impartire il giusto valore alla vittoria ma non più del carattere e della performance
• Fare in modo che i benefici del metodo Coerver Coaching siano il più possibile accessibili a tutti i ragazzi e ragazze, ai loro allenatori, insegnanti e genitori…
Il Coerver Coaching crede che i sistemi di squadra e le tattiche siano importanti ma queste non possono compensare pienamente la mancanza di controllo, l’inesattezza dei passaggi o altre debolezze tecniche. In definitiva l’organizzazione di squadra è efficace soltanto se lo sono i singoli calciatori all’interno di essa. La sua filosofia si basa sulla premessa che il calcio consiste in sequenze di gioco tra 2, 3 e qualche volta anche 4 giocatori, in varie parti del campo e che il successo di squadra sia determinato dalle performance dei calciatori in queste combinazioni.
In sintesi il Coerver Coaching si focalizza sul miglioramento individuale e sul gioco tra piccoli gruppi in queste sequenze soprattutto negli anni della formazione.
– Quali sono i prossimi appuntamenti del Coerver?
Abbiamo un Corso Base di Terzo Livello sul tema “La piramide di sviluppo del Gioco di Squadra” in programma venerdi 18 e sabato 19 settembre presso il GeoVillage di Olbia.
A seguire, dopo i Corsi Base di Primo Livello “La piramide di sviluppo del calciatore” di Cagliari, Isili e Capoterra, appuntamento col Corso Base di Secondo Livello – “La Piramide del Difendente” nella parte meridionale della Sardegna, cui farà seguito un Corso Base di Terzo Livello.
– A chi è rivolto il corso e come si può partecipare?
Due le tipologie di corsisti: la prima è oltre i 24 anni di età, anche già in possesso di un attestato riconosciuto da Organi Federali. La seconda tipologia è giovani calciatori di età dai 18 ai 24 anni dotati di buone capacità tecniche.
Per partecipare farne richiesta a:
• www.coachingcalcioitalia.com
• corsi@coachingcalcioitalia.com in ambito nazionale
• ignazio.argiolas@coachingcalcioitalia.com in ambito regionale in regime di autonomia territoriale acquisita.
– Quali consigli potrebbe dare agli allenatori di oggi, specie a chi intraprende questa attività da poco tempo?
Abbiamo detto in precedenza che senza tecnica non può esserci calcio. Senza etica non può esserci nè tecnica e neanche calcio. Il rispetto delle regole e dei ruoli deve essere alla base dell’insegnamento ricordando che l’esempio dell’allenatore vale più di mille parole.
Inoltre consiglio ai giovani allenatori ma anche agli abilitati di lunga data di fare un bagno di umiltà cercando il confronto con gli altri. Per confrontarsi occorre incontrarsi e cercare il dialogo. Senza dialogo non può esserci confronto. Non si finisce mai di imparare e ogni occasione di incontro è un’opportunità da non perdere.
In ultimo, non nascondersi dietro la cultura dell’alibi ma cercare di trasmettere la cultura della sconfitta. Il calcio viene alimentato in primis dalla sua espressione agonistica, con sfide avvincenti con se stessi e con gli altri. Lo si affronta nutrendo una passione che si trasforma da gioco in sofferenza per il raggiungimento di un obiettivo ma anche per conoscersi e sfidarsi. Sconfitta e vittoria sono i due volti, le due manifestazioni estreme della competizione. Accettare la sconfitta, una riscoperta del saper perdere, può far nascere una nuova cultura della vittoria, qualcosa di più e non solo una formula ironica e provocatoria per superare il disagio dell’ennesimo insuccesso.