lasse ’69, laurea con 110 e lode in scienze motorie, un passato da calciatore e un ricchissimo albo d’oro da mister. Questo è il profilo di uno degli allenatori più conosciuti nel mondo giovanile in Sardegna, che ci racconta la sua esperienza e le sue idee sul mondo del calcio e sulla difficoltà e passione nell’allenare i ragazzi.
Un curriculum di tutto rispetto, anno dopo anno. Nel 2006 campione d’Italia MSP allievi, nel 2007 Campione regionale allievi, nel 2008 Premier Nike Cup regionale e vicecampione italiano Nike giovanissimi, l’anno dopo Vicecampione regionale giovanissimi. Nel 2010 Campione regionale allievi. Nel 2012 Premier Nike Cup regionale e nuovamente vicecampione italiano Nike giovanissimi. Nel 2013 Campione regionale giovanissimi, poi ancora due titoli: nel 2014 Premier Nike Cup regionale e nel 2015 Vicecampione regionale giovanissimi.
– Chi è Nicola Moi in un minuto?
Sono nato a Cagliari il 24-aprile-1969. Nel 1997 mi sono laureato in scienze motorie con il massimo dei voti (110 e lode). Ho iniziato nel settore giovanile nella Pro Dante per passare poi nella gloriosa RVF la squadra del mio rione pluricampione regionale e successivamente alla Sirio. A quindici anni ho esordito in prima squadra nella Sirio, ho giocato in promozione prima e seconda categoria girando molte società: Furtei, Quartu 2000, Fiamma e infine Jupiter dove ho chiuso la mia carriera da giocatore per dedicarmi completamente a quella da allenatore.
– Poi arriva l’esordio da allenatore nel 1997…
Ho iniziato ad allenare alla San Massimiliano Kolbe (pulcini ed esordienti), per poi passare alla Jupiter sempre gli esordienti. Nel 2001 il grande salto alla Sigma. Dopo una anno all’Atletico calcio di Tonino Orrù sono tornato alla Sigma dove ho vinto 3 titoli regionali (2 allievi e uno giovanissimi), 3 premier Nike cup, una coppa nazionale MSP e poi per ben due volte ho sfiorato il titolo nazionale Premier Nike cup e poi tra le più prestigiose coppe dell’Isola (Supercoppa Santa Barbara, Muzzetto, Vanni Sanna, Città di Cagliari ecc.)
– Come ti senti con tutta questa esperienza e risultati?
Una persona che adora insegnare, faccio l’insegnante di educazione fisica e mi occupo anche di ragazzi diversamente abili. Amo il mio lavoro e ci metto tanta passione cercando di trasmettere questa mia vocazione a tutti quei ragazzi che inseguono un sogno.
– Torniamo indietro nel tempo. Come è nata la tua passione per il calcio?
E’ sempre esistita, ce l ho dentro non me l’ha inculcata nessuno. I miei genitori e miei fratelli non amavano questo sport, anzi i miei genitori mi scoraggiavano a praticarlo, ma sono nato così, malato di calcio. Quando vedo una sfera mi sale l’adrenalina!
– Quando e perchè hai deciso di allenare?
L’idea era di fare il professore di educazione fisica. Ma come sono uscito dall’ISEF non potendo subito lavorare nelle scuole Don Carlo, il parroco della chiesa San Massimiliano Kolbe mi incoraggiò a buttarmi in questa avventura. Mi sono un po’ messo in gioco e sono arrivate subito tante soddisfazioni e gratificazioni che mi hanno dato la spinta per continuare.
– Ci sono delle figure a cui ti ispiri e quale è il motivo?
Non c’è una figura in particolare. Sono una persona curiosa e ho sempre ritenuto che tutti possono insegnarti qualcosa, ho appreso da tutti persino dal custode del campo. Ho osservato attentamente tutti i mister dai professionisti sino a quelli di terza categoria diciamo che tutte le persone che ho conosciuto nel mondo del calcio hanno arricchito il mio bagaglio di esperienze.
– Tecnica, tattica o fisicità, quali sono le percentuali di queste componenti nella crescita di un giocatore?
Se per tattica intendiamo le capacità decisionali del giocatore io direi che tattica, tecnica e capacità coordinative sono i tre pilastri che formano un calciatore. Ma al primo posto metto la motivazione e il carattere, senza le componenti psicologiche vengono meno tutte le altre qualità.
– Come hai visto in tutti questi anni il cambiamento del calcio?
C’è stata una grande evoluzione… prima il calcio era arte, i giocatori degli artisti, c’erano le bandiere, il gioco era più lento e i ragazzi giocavano nella strada affinando spontaneamente le loro abilità motorie, i calciatori e i mister fornivano sempre esempi positivi. Oggi è tutto diverso: il calcio è un business, spesso prevarica l’arroganza. I giocatori e i mister non sono sempre degli ottimi esempi a tutti i livelli. Molti puntano più sulle apparenze, sull’immagine o sul post ad effetto che sulle loro reali capacità. Il calcio è cambiato anche da un punto di vista tecnico-tattico, ha subito l’influenza di molte discipline come il basket, il volley e il futsal. Oggi è tutto più veloce un giocatore deve pensare e decidere rapidamente e dunque anche il tipo di allenamento da proporre deve stare al passo con i tempi.
– Quanto è difficile ma al tempo stesso bello oggi allenare i giovani?
Per me è molto bello e mi gratifica molto. I ragazzi mi hanno sempre dato grandi soddisfazioni e poi allenare i giovani realizza in pieno la mia vocazione ad insegnare. Spesso le difficoltà arrivano dai genitori che sono invadenti e ostacolano il mio lavoro, però sono difficoltà gestibili.
– Cosa consigli a chi si avvicina al ruolo di allenatore?
Essere motivati e motivanti. Da un lato bisogna essere molto preparati, conoscere bene la disciplina, aggiornarsi in continuazione, dall’altra bisogna anche saper trasmettere saper affascinare creando interesse ed entusiasmo. Tutte queste componenti rendono un allenatore completo, bravo efficace.
– C’è spazio per i giovani nel calcio sardo e italiano?
Secondo me si. Ci sono tantissimi giovani interessanti, però spesso quando arrivano nelle prime squadre non continuano a progredire. Molti ragazzi sono ambitissimi fino al momento in cui mantengono lo status di fuoriquota, ma sono pochi i mister che continuano a farli crescere e quando diventano “adulti” se non migliorano vengono accantonati e non interessano più a nessuno.
– Quali sono i progetti nel calderone?
Uno interessante è già in corso in collaborazione con il tecnico Antonio Prastaro e sta riscuotendo un ottimo successo. Si tratta di un progetto chiamato Personal Soccer Trainer, cioè il personal trainer nel calcio. Praticamente io e Antonio mettiamo a disposizione dei ragazzi che vogliono migliorarsi, la possibilità di fare degli allenamenti individualizzati curando i particolari e perfezionando il più possibile la tecnica e la tattica individuale. Credo che sia uno strumento utile anche per tutti quegli allenatori che avendo molti ragazzi da allenare non hanno la possibilità o il tempo per seguire individualmente ciascun ragazzo.
– Un episodio bellissimo della tua carriera sportiva e una grande delusione?
Fortunatamente mi vengono in mente tanti episodi bellissimi, dovrei citarne una marea. Ho raccolto attestati di stima e affetto da parte di giocatori e genitori, riconoscimenti, il vedere un mio allievo che indossa la maglia della nazionale o addirittura che esordisce nei professionisti e poi le vittorie all’ultimo secondo, rimonte impossibili, le tante coppe e finali vinte, la vittoria a Milano contro i fortissimi campioni lombardi (impresa credo mai riuscita a nessuna squadra sarda). Tutti questi episodi mi hanno dato la stessa felicità. Le delusioni per fortuna poche e oltretutto le ho sempre vissute con molta serenità senza abbattermi più di tanto. Citerei la sconfitta in casa contro i torinesi nelle finali nazionali di due anni fa che ci negò l’accesso alle finali scudetto giovanissimi, ma fu comunque al termine di una stagione da incorniciare.
– Che cosa significa per te il calcio?
Il calcio è parte di me ed è pura adrenalina. PPer me non c’è differenza tra una giocata di Cristiano Ronaldo e una bella giocata di un mio piccolo allievo, mi danno entrambi la stessa carica emotiva!